8 febbraio 2012

Cosa ci dice il caso Siria.

Il prosieguo dei combattimenti in Siria ci dimostra ciò che affermo da un bel po' di tempo a questa parte.

Ma rivediamo un po' la situazione: da una parte c'è lo Stato, c'è il capo di questo regime con l'esercito, dall'altra i cosidetti ribelli.
Il capo dello Stato e lo Stato, cosa dicono? Che per il solo fatto di non accettare quel capo, sono non tanto dei ribelli quanto dei terroristi, perchè mettono in discussione lo "status-quo".
Ovviamente, chi parla di terrorismo, non viene sfiorato dal dubbio di essere anch'esso un terrorista, infatti se, facciamo questo esempio non troppo truce, ad uno schiaffo rispondo con un pugno ed un calcio, passo dalla parte del torto e perdo ogni legittimità, diventando più criminale di quel criminale che mi ha colpito per primo.
Poniamo che in Siria siano stati i ribelli i primi a far fuoco. Ciò non può giustificare la reazione dell'esercito, composto da non-umani, da sub-umani che vivono per subire ordini, per essere comandati a bacchetta senza esternare non dico critiche,  ma neanche perplessità. Anzi, le persone, venendo educate al rispetto dei potenti fin dalla culla, sono ben felici di eseguire gli ordini: facilitano la vita!
Ma se lo Stato risponde in questa maniera con mitra, bombe e quant'altro, dimostra appunto di essere peggio dei suoi nemici, e che il pericolo non siano i ribelli - potranno essere un pericolo quando conquisteranno lo Stato o quando ne costituiranno uno loro -, ma lo Stato che da un momento all'altro può ammazzare centinaia e migliaia di persone a piacimento perchè in un dato territorio comanda solo lui, deve comandare soltanto lui e basta, non si sa per quale diritto divino!

Con gli Stati la direzione è a senso unico e la gente non decide nulla, nè là, nè qua.
Ci possiamo solo affidare al buon senso e alla magnanimità di chi comanda.
Nessuno di noi potrebbe fare qualcosa se l'esercito italiano, anzichè spalare neve, decidesse di bombardare i paesini isolati per ovviare alle loro richieste di aiuto.

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