15 maggio 2013

Lavorando troppo ci annulliamo

Chissà quante volte le persone che lavorano per tante ore consecutive, compiendo un lavoro manuale monotono del quale traggono pochissimi benefici economici, fisici e relazionali, avranno pensato a questa frase:

"Il troppo nasconde il niente, riempie fino alla nausea del rifiuto, fino alla cancellazione di sè".

Lavorando troppo ci annulliamo, perché da persone diventiamo strumenti.

Scrivo queste cose dopo aver letto che Daniele Carella, il 20enne milanese ucciso a picconate dal ghanese Kabobo, quella mattina decise di aiutare il padre a consegnare i giornali per non stare con le mani in mano.

In questa società chi non fa niente (perché non può - nessuno lo assume -, o perché in quel momento non ha voglia o deve riposarsi - ma comunque non fa niente di male!) viene visto male, perciò bisogna sempre essere impegnati. La gente che pensa ciò, solitamente appartenente alla piccola borghesia che vive di frasi fatte e luoghi comuni, in realtà non pensa e vuole che tutti gli altri non pensino a loro volta.

La verità come si suol dire sta nel mezzo! Bisogna sempre avere voglia di fare qualcosa e allo stesso tempo pensare ad altro, così come bisogna sempre avere voglia di fermarsi a riflettere, altrimenti non siamo più esseri umani ma solo, come scritto prima, degli strumenti di un infinito lavoro alienante i cui frutti non vengono goduti da nessuno, se non da pochissimi ricconi.

1 commento:

Francesco Zaffuto ha detto...

e lavorare tutti lavorare meno fa bene a tutti. Ti passo un blog su pane e lavoro che ho costruito da poco ciao
http://creapaneelavoro.blogspot.it/